Milano, i genitori ricordano in aula i figli morti bruciati: «Vittime innocenti». E l'imputato scoppia in lacrime

PER APPROFONDIRE: milano, palazzina esplosa, processo
L'edificio di via Brioschi a Milano dopo l'esplosione

di Claudia Guasco

MILANO Chiara e Riccardo avevano 27 anni e il 12 giugno di un anno fa sono morti nell’esplosione della palazzina di via Brioschi, a Milano. L’unica loro colpa è stata quella di essere vicini di casa di Giuseppe Pellicanò, che per punire la sua compagna da cui si stava separando ha pensato bene di aprire il rubinetto del gas e far saltare in aria la palazzina. Uccidendo la convivente Macaela Masella, 41 anni, e i due giovani coinquilini di origine marchigiana, Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi. I genitori non si rassegnano. “Perché? Perché i nostri figli hanno dovuto pagare un prezzo così atroce e irreparabile per una storia che non è - non è mai stata nemmeno per un istante - la loro storia? Perché una fine così orrenda, così assurda, che racchiude in sé il carattere dell’ingiustizia assoluta?”, scrivono nella lettera fatta leggere nell’aula dove si svolge il processo con rito abbreviato a carico del pubblicitario di 54 anni, accusato di strage e devastazione, con l’aggravante dei motivi futili e abbietti” e di aver “agito in presenza o danno di minori”.
 “RABBIA COMPAGNA INSEPARABILE”
Pellicanò, che a sua volta ha chiesto perdono con una missiva, ascolta ciò che hanno scritto i genitori dei due giovani morti e scoppia in lacrime. “I nostri ragazzi, vittime indirette di un conflitto maturato in un circuito domestico di cui erano totalmente estranei, sono innocenti in senso assoluto», spiegano. E’ il loro avvocato Valeria Attili a leggere la lettera, che comincia così: “Siamo i genitori di Riccardo e Chiara e desideriamo portare la nostra testimonianza in questo processo, in quanto coinvolti in una vicenda assurda e sanguinosa, che ci lascia distrutti e sgomenti. Vogliamo provare a tenere a distanza la rabbia, che pure è la compagna inseparabile della nostra vita ferita a morte, e ancor più ogni voglia torbida di vendetta, alla quale cerchiamo di resistere con tutte le nostre forze, convinti come siamo che la sofferenza del colpevole si aggiunge a quella delle vittime e non può minimamente alleviarla né restituirci i nostri ragazzi”. Il pubblico ministero, Elio Ramondini, ha chiesto l’ergastolo per Pellicanò, che svitando il tubo del gas dei fornelli della cucina ha provocato la morte di tre persone e gravi ustioni alle sue figlie di sette e undici anni. Mentre il legale di parte civile ha chiesto un risarcimento di 1,2 milioni per genitori e fratello di Chiara.
“NON VOLEVA UCCIDERE”
Secondo i difensori, invece, Giuseppe Pellicanò deve essere assolto poiché “non aveva la volontà di uccidere” quando saturò il suo appartamento di gas. Per gli avvocati Giorgio Perroni e Francesco Giovannini non si configurerebbero i reati di strage e di devastazione. In merito al primo reato di cui è accusato, hanno sostenuto bella loro arringa, il pubblicitario “non voleva uccidere” e in quanto alla strage, richiederebbe “un’azione collettiva”, mentre Pellicanò ha agito da solo. In subordine i legali hanno chiesto che, in caso di condanna, venga applicato all’imputato il minimo della pena - oltre allo sconto di un terzo, così come previsto dal rito abbreviato - e il riconoscimento delle attenuanti e del vizio parziale di mente, messo in luce in una perizia disposta in sede di indagini preliminari dal gip. Stando ai periti della difesa, l’imputato era “un uomo colpito da una profonda depressione, affetto da sonnambulismo sin da giovane e da tempo incline all’uso dei farmaci”, versione si oppone quella messa in luce dai periti psichiatrici nominati dal Tribunale che ritengono invece il vizio di mente dell’uomo soltanto parziale: “La sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto - sottolineano nella perizia - era, per infermità, grandemente scemata, ma non totale”. La sentenza, emessa dal gup Chiara valori, è prevista per lunedì.
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Venerd├Č 16 Giugno 2017, 18:02






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