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Passioni e solitudini di Alessandra Graziottin

Nuova epidemia: aggressività e invidia sociale

Non raccontiamoci la storia che a Natale siamo tutti più buoni. Forse era vero anni fa, quando questa festa aveva ancora un forte valore religioso, e a essere più buoni almeno ci si provava. Oggi forse a Natale sorridiamo un po' di più. Si fanno più cene e incontri luccicosi, lisciati e appariscenti e, a volte, più eleganti. Ma sotto lo scintillio piacevolissimo delle feste, degli addobbi, delle luci, le acque profonde dei sentimenti e delle emozioni non mostrano cambiamenti di rilievo nella tendenza in corso. L'epidemia di aggressività e invidia sociale in atto è pericolosa, insidiosa e infettiva, con i suoi corollari di denigrazione strumentale, di gusto di far male, di crudeltà e sadismo verbale che diventano esistenziali. 

Crisi di pessimismo? No. Anzi, la personale serenità interiore, valorizzata con quotidiani esercizi mentali e fisici, dà semmai una percezione più nitida dei fatti. L'epidemia di aggressività e invidia sociale emerge vistosa dalle dinamiche politiche in atto sullo scenario italiano, dalla virulenza diffamatoria senza precedenti della campagna presidenziale americana, dal linciaggio verbale via social, nonché da quanto emerge dal confessionale privilegiato dell'ascolto medico.

Quali sono i fattori predisponenti? Tre, prioritari: primo, l'aumento della forbice sociale, che genera una frustrazione individuale e collettiva per una parte crescente della popolazione, in particolare per molti giovani che si sentono derubati del futuro, e per una classe media che si sente impoverita. Secondo, l'anonimato del web, che consente una virulenza spaventosa, resa ancora più feroce dalla (quasi) certezza dell'impunità. Terzo, la perdita progressiva dei grandi contenitori di aggressività, che fossero la fede, un'educazione precoce alla modulazione dei propri sentimenti, profonda e socialmente condivisa, e, non ultimo un controllo sociale più stretto che la fluidità dei social ha quasi sostanzialmente vanificato. Il trio: frustrazione, invidia/aggressività e impunità alimentano una ferocia di virulenza esponenziale, sul web ma anche nella vita reale. Quali vaccini possono aiutarci sia a difenderci dagli attacchi, mantenendo un luminoso equilibrio interiore, sia, se possibile, a ridurre il trio fatale? Due, che da un lato alimentano le capacità espressive della persona e la sua serenità, dall'altro potenziano le abilità difensive. A livello individuale, sul fronte espressivo è indispensabile coltivare la forza interiore, la spiritualità, la capacità di passione e di distacco al tempo stesso, con la giusta cura del corpo, della mente e dell'anima, con un allenamento che dura tutta la vita. Aiuta moltissimo coltivare la sobrietà e la gioia di vivere, in primis nelle piccole cose, scegliendo pian piano nella vita le persone con cui si vibra sulla stessa positiva lunghezza d'onda. Persone che esistono e ci illuminano il cuore con la loro presenza, con la loro generosità, con la loro luce, con il loro esempio: solo che sono meno visibili e fanno meno rumore degli infuriati cronici.
Sul fronte difensivo il primo anticorpo è la capacità di relativizzare e uscire dalla dimensione personale degli attacchi. Includerli nella categoria calamità naturali può aiutare: perché riporta l'attacco a dinamiche sgradevolissime sì, ma universali; e perché toglie dal perché proprio a me e da eventuali sensi di colpa. Il secondo anticorpo è l'evitare il pantano degli insulti via social: aiuta anche il non leggerli e, quindi, non rispondere. «Occhio non vede, cuore non duole» vale anche per le perfidie via web. Servirà e ci sono movimenti in tal senso eliminare l'anonimato sui social: già un bel passo avanti, se la diffamazione via insulti dovrà essere risarcita. E chi avrà il coraggio di mettere nome e faccia sulla denigrazione, ne risponderà, secondo un elementare principio di responsabilità personale. E se il denigratore è un minore, ne dovrebbero rispondere i genitori. Infine, sarebbe utilissimo ricordarsi che la vita è un soffio: così effimera, luminosa e fragile. Tutto diventa relativo. Se siamo polvere e ombra («pulvis et umbra sumus»), perché non cercare, qui e ora, di vivere nella luce? Interiore, innanzitutto. E non solo a Natale.
www.alessandragraziottin.it 

 

Lunedì 19 Dicembre 2016, 19:37
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