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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 9. L'estate, i corpi, la vita
​Kechiche, un Canto Uno da Leone


In un Concorso vivo, probabilmente finora il migliore dell’era Barbera bis, arriva a un giorno dallo stop un film bellissimo, forse il più meritevole per chi scrive del Leone d’oro. Eh sì, il franco-tunisino Abdellatif Kechiche ha non solo portato a Venezia il film più libero della sua già notevole carriera (tra cui la Palma d’oro con “La vita di Adèle”), ma è riuscito come mai aveva fatto finora a raccontare la vita con un trasporto assoluto, immergendosi per 3 ore dentro un carrefour di corpi, esistenze, emozioni e luoghi, raccontando la gioventù di un intera generazione, con le sue speranze e le già galoppanti disillusioni, sul finire del secolo scorso (siamo nel 1994), in una parentesi estiva a Sète nel Sud della Francia.
Primo capitolo di una trilogia “Mektoub, my love: Canto Uno”, dove mektoub significa destino, si concentra soprattutto su Amin, un giovane tunisino che vive a Parigi e sogna di entrare nel cinema come sceneggiatore. Tornato nella sua città natale per le vacanze, tra vecchi amici e nuove conoscenze, soprattutto il cugino Toni e Ophélie, osserva un mondo dove trova difficoltà a collocarsi, specie nei crocevia amorosi, sbagliando spesso bersaglio o mostrando una timidezza innata, quasi esistenziale, di fronte alle esuberanze altrui. Il film, che dura 3 ore, è un autentico tuffo dentro a questo mondo e queste vite, con lunghi blocchi-sequenza, dove lo sguardo del regista ha la stessa palpitazione degli accadimenti (in realtà non succede nulla) e dei dialoghi, in un ritmo forsennato, scandito anche da una appropriata colonna sonora. Aperto da una poderosa scena erotica, certo un dettaglio rispetto ai furibondi assalti della Palma d’oro, echeggia frammenti di cinema rohmeriano e narrazioni care a Linklater, tramutando i corpi e la carne, il sole e l’acqua, i bar e le discoteche, e i lungomari dell’esistenza in un cinema che si fa energia. Amin (possibile alter ego del regista, soprattutto nella lirica nascita degli agnelli) osserva ciò che scorre attorno a lui, in una diversità intatta di artista; e noi con lui. Volendo trovare qualche neo, forse la sequenza della discoteca è davvero troppo lunga (anche per il minor impatto rispetto alle altre) e un’insistenza verso il lato b femminile potrebbe dar fastidio, ma in un film che gronda comunque erotismo è coerente. Voto: 8.
Non emoziona invece l’altro film della giornata in concorso. La cinese Vivian Qu (scoperta Sic 2013) snoda un racconto desolato di adolescenti costrette a prostituirsi. Un caso di pedofilia, che la polizia non riesce a risolvere, mette al centro il tema della femminilità sognata (la grande statua) e tradita, ma “Angels Wear white” (Gli angeli vestono di bianco) denuncia una noiosa estetica di autorialità festivaliera, povera e manierista, che non fa mai accendere indignazione, rabbia e commozione. Voto: 5.5.
Infine fuori concorso si è visto l’ultimo film di Silvio Soldini “Il colore nascosto delle cose”. Teo (Adriano Giannini) è un uomo incapace di amare. Passa senza problemi da una donna all’altra. Creativo per un’agenzia pubblicataria è convinto che la vita ruoti attorno a lui. Conosce casualmente Emma (Valeria Golino), una osteopata che ha perso la vista durante l’adolescenza e intraprende con lei una relazione. Anche lei si è appena separata dal marito. Ma non sempre le cose si rimettono a posto facilmente. Soldini riesce a trarre ancora un po’ di sensibilità dal suo cinema, via via sempre più fragile. Ma il film passa senza lasciare tracce, accontentandosi di un procedere descrittivo e convenzionale. Voto: 6.
 
 

Venerdì 8 Settembre 2017, 07:54
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