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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 7. Una mother! spaventosa
​Cenerentola a Napoli: un musical incantevole

Ancora madri, ancora parti tumultuosi, ancora neonati che entrano nel film con un valore simbolico significativo. E ancora famiglie dal Giappone, tra misteri e omicidi. E il ritorno di Napoli nella sempre più affidabile animazione partenopea.

Partiamo da Darren Aronofsky, regista generalmente sopravvalutato, capace per ora probabilmente di un solo film significativo, “The wrestler”, che è anche il suo meno personale e che nel 2008 ha pure vinto esageratamente il Leone d’oro (in realtà il premio lo meritava Mickey Rourke). Regista barocco, poco incline alla sintesi e alla raffinatezza, arriva al Lido, dopo lo sconfortante “Noah”, con “mother!” (ovviamente in minuscolo perché fa più figo e il punto esclamativo), una giostra incontrollata di fracasso e fuoco, delirio e stupidaggini, dove una coppia (Jennifer Lawrence e Javier Bardem) sta restaurando una vecchia casa isolata. Qui arriva all’improvviso e senza un perché un ortopedico (Ed Harris), subito raggiunto dalla moglie (Michelle Pfeiffer). A ruota giungono anche i due figli e nel parapiglia che si scatena (la coppia ospite sembra prendere possesso della casa e della vita altrui) un figlio muore. Successivamente, dopo la prima distruzione della casa, la Lawrence, che è appunto la madre, rimane incinta e prima di dare alla luce il figlio, la casa viene nuovamente invasa, questa volta da migliaia di fan del marito (che è uno scrittore e ha appena terminato il nuovo libro) e infine anche dall’esercito; e la situazione si fa letteralmente incandescente.
Aronofsky crea un film esplosivo, simbolicamente delirante, che parte con un’atmosfera polanskiana da “Rosemary’s baby”, ma che ben presto svacca in modo esponenziale, proponendo un incubo ininterrotto come se si fosse andati a dormire con un maiale intero nello stomaco. In un gioco circolare di vaneggiamenti allucinati, l’horror inizialmente metafisico si trasforma in un grondante assemblaggio di situazioni abnormi, per partorire tutto sommato la metaforina dell’egocentrismo vanesio (maschile) di uno scrittore che “partorisce” il proprio libro, dove la “mother” è ovviamente la musa ispiratrice e il suo cuore (strappato nel finale) la creatività. Anche se il regista cortesemente ha fatto pure sapere che la “madre” rappresenta la Terra, ma guardando il film nessuno lo capisce. Ma è tutto fuori misura in una incontrollata presunzione di sé. Voto: 3.
Di tutt’altra eleganza si nutre il cinema del giapponese Kore-eda Hirokazu, che ragiona in “The third murder” (Il terzo omicidio) sul ruolo e il senso della giustizia e l’impossibilità di una verità oggettiva. In uno sfaccettato racconto alla Rashomon, un avvocato assume la difesa di un uomo accusato di omicidio e furto. Kore-eda qui rinuncia al suo gusto ironico, ma non ai temi cari del suo cinema (la famiglia, il rapporto padri-figli), tornando agli assetti più severi come in “Nobody knows”. Un film non semplice nel suo meccanismo e nella soluzione (?) del caso, non così empatico come altre volte, ma capace ancora di catturare e farsi apprezzare. Voto: 6.5.

Infine, nella sezione Orizzonti, piomba felicemente l’animazione italiana di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, che dopo il successo de “L’arte della felicità” (di Rak), restano a Napoli per assemblare la favola di Cenerentola, con una storia di malavita partenopea. Ne esce “Gatta Cenerentola” un bellissimo musical (una parte dominante ce l’ha la musica, com’è ovvio), pieno di intuizioni visive (il passato che torna in forma di ologramma), dove l’Italia lascia un’immagine importante, in un settore dove solitamente è assente. Voto: 7.
 

Martedì 5 Settembre 2017, 23:55
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