BLOG
Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 4. L'assurdità della morte
​tra razzismo, violenza e inganni familiari

Ancora muri, ancora razzismo, ancora conflitti. Vivere e soprattutto morire ovunque: dall’esplosione grottesca di trame omicide dei singoli, alla rappresaglia di una comunità bianca verso i neri; dal glaciale, surreale simmetrico gioco della morte di un soldato, al senso di colpa di un intero popolo. Giornata piena di buone intenzioni e ottimi risultati.

A Suburbicon (titolo anche del film), uno di quei luoghi confetto dove l’America crede di ospitare una comunità felice e rispettosa, arriva una famiglia nera. Siamo alla fine degli anni ’50 e i bianchi insorgono contro questa “invasione”. Il figlio di Gardner Lodge (di nuovo Matt Damon, dopo “Downsizing”) cerca al contrario subito l’amicizia con il coetaneo di colore. Ma nella notte la famiglia riceve la rappresaglia di due presunti razzisti, dove la moglie di Lodge muore e la cognata si salva (una doppia, al solito fenomenale, Julianne Moore). Ma le cose sono assai più complicate. Da una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, dove l’eco maggiore risiede in “Blood simple” e “Fargo”, marchio inconfondibile di tutto il film, George Clooney è abile nell’estendere i meccanismi perversi di una famiglia con troppi segreti ai gesti insani dei fanatici e intolleranti bianchi, che alzano steccati davanti alla casa dei nuovi arrivati per escluderli dalla comunità. Un thriller grottesco, che nel finale divampa in soluzioni efferate, con il consueto sarcasmo coeniano, che si incatena a spirale in un tessuto di forte denuncia politica, dove l’apparente, pacifica quotidianità dei bianchi cova in realtà sotterraneamente le più infami gesta, private e sociali. Vissuto soprattutto con gli occhi del piccolo Nicky, travolto da tradimenti e inganni, permette a Clooney di dimostrarsi ancora una volta un regista intelligente e attrezzato. Certo “Good night, and good luck.” E “Le idi di marzo” erano più compatti e necessari, ma qui il gioco al massacro, solo a tratti un po’ gigione, si risolve con sberleffi del destino continui; e alcune figure, come quella dell’assicuratore Roger (Oscar Isaac), sono memorabili nella pur breve apparizione. Voto: 7.

Ha tutta l’aria di insediarsi tra i favoriti per la vittoria finale “Foxtrot”, scritto e diretto da Samuel Maoz, già Leone d’oro a Venezia con “Lebanon” nel 2009. Se allora i soldati israeliani erano prigionieri nella claustrofobica carcassa di un carro armato, ora lo sono altrettanto in una terra deserta nel controllo di un surreale posto di blocco. Tra questi il soldato Jonathan, che all’inizio del film viene comunicato come “caduto nell’adempimento del proprio dovere” alla sua famiglia. Diviso in tre blocchi (secondo lo schema del ballo del titolo) è una potente, implacabile, geometrica riflessione sull’assurdita della vita, della guerra e della morte, che nella sua gelida precisione scandaglia senza alcun alibi il senso di colpa di tutti, di un Paese che sta precipitando (la metafora del barattolo è evidente). Se Maoz eccede a volte nell’imprigionare il racconto in un’estetica troppo autocompiaciuta (ma va da sé che le scelte sono sempre coerenti), è spietato nel ribaltare paradossalmente le reazioni ai fatti (come un popolo incapace di comprendere la realtà) e nella seconda tranche mette in scena un teatrino quasi beckettiano in un’atmosfera da deserto dei tartari, con un finale sarcastico. Infine se la scena d’apertura è fortemente scioccante, l’intermezzo animato spiega il background della famiglia, prima di una formidabile ellissi. Insomma la possibilità di un Leone bis per Maoz esiste. Voto: 8.

Domenica 3 Settembre 2017, 07:38
COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti