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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74 giorno 3. Migranti, ragazzi, cavalli
la Mostra in cammino, ma Ai WeiWei sbanda

La Mostra è in cammino. Ma non nel senso che è già iniziata. È stata una giornata dedicata al viaggio, spesso a piedi. Due film in concorso: i grandi flussi migratori nel mondo seguiti passo per passo dall’artista cinese Ai Weiwei; il road-movie solitario di un adolescente, rimasto senza genitori, che scappa con un cavallo. E perfino, fuori concorso, un grande “viaggio” della memoria di due grandi anziani, premiati ieri con il Leone alla carriera.
Diciamo subito che il film di Ai Weiwei è una cocente, enorme delusione. “Human flow” è solo una interminabile carellata di una umanità in fuga o che da rifugiata vive situazioni al di sotto di ogni decenza. Dura 140 minuti (potrebbe durare la metà o il doppio, sarebbe uguale), spaziando in ogni continente, ma perdendo di vista il senso dell’operazione oltre a una sostanziale banalità di riprese, spesso aeree col drone, su campi profughi sterminati o su città tumefatte dai bombardamenti. Certamente belle, ma svilite paradossalmente da questa ricerca estetica ossessiva, che rischia di esaurirle nella mera visione. Al film manca così la vera ragione di farsi cinema, un contradditorio che indaghi, spieghi, metta in luce e non si accontenti solo di guardare, né di giocare con la propria presenza privilegiata di osservatore (ogni tanto l’artista spunta dentro l’immagine, a volte davvero senza motivo) o dando la sensazione che ci sia spesso una preparazione a monte. Lo sguardo morale quindi non si fa vera e propria indignazione, rendendo il film uno spettacolare ma anche inerte bignami di questa enorme tragedia esistenziale. E se è pur vero che chi sparla spesso a sproposito sui migranti dovrebbe dare un’occhiata alle loro condizioni di vita per capire ragioni e sentimenti dei più deboli, il film si accartoccia su didascalie e dati aritmetici e su un ripetitivo carosello di umanità calpestata. Voto: 4.

Purtroppo anche Andrew Haigh in parte spegne gli entusiasmi della vigilia. Il regista inglese di due splendidi film come “Weekend” e “45 anni” e della serie-tv gay “Looking”, stavolta paga un soggetto meno forte, per quanto la sua sensibilità di indagare sui sentimenti scomposti resti inalterata. Tratto dal romanzo “La ballata di Charley Thompson” di Willy Vlautin, “Lean on Pete”, che è il nome del cavallo (titolo probabilmente sbagliato, in italiano tornerà con il nome del ragazzo), è la storia di un adolescente senza madre, che perde anche il padre, ruba l’equino destinato alla soppressione, al quale si è affezionato e s’incammina verso il Wyoming in cerca della zia. Haigh segue Charley (un bravissimo Charlie Plummer, da coppa Mastroianni) privilegiando un “into the wild” paesaggistico e i tormenti di una solitudine, al pari di quella del cavallo. La via crucis tocca stazioni martoriate, ma anche un po’ risapute, dove la ricerca di un affetto condiziona comportamenti sbagliati: una storia di formazione introspettiva e sincera, che scuote la compassione. Ma alla fine, pur in pieno spleen truffautiano, resta la sensazione di un film che non trova la dinamica migliore per farsi apprezzare completamente. Voto: 6,5.
Robert Redford e Jane Fonda, fuori concorso, viaggiano invece nel tempo della loro esitenza. Oggi sono entrambi vedovi, così Addie (Fonda) fa una bizzarra proposta al vicino Louis (Redford). Nasce da qui una profonda amicizia e forse anche di più. Tratto dal romanzo di Kent Haruf, il film dell’indiano Ritesh Batra (“Our souls at night”, Le nostre anime di notte) è un’opera senile, che potrebbe piacere al pubblico delle signore anziane del pomeriggio, ma andrà su Netflix. E se i due divi sono comunque perfetti, la scansione del racconto crepuscolare è spesso lagnosa. Voto: 5.

Sabato 2 Settembre 2017, 07:37
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