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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 1. ​Anime in Payne
​Ma Nicchiarelli sorprende con Nico

 
Usa, Italia. Si parte subito con i due colossi presenti alla Mostra. Un po’ troppo colossi forse. In Concorso ecco l’americano Alexander Payne e la sua umanità in miniatura, Orizzonti ha visto il via con l’anti-biopic della romana Susanna Nicchiarelli sull’icona artistica Nico. Il Concorso non ha fatto la prima mossa tra gli applausi, al contrario il film italiano è stato (parzialmente) una buona sorpresa.
Downsizing (ridimensionamento) narra la storia che consente all’umanità di farsi ridurre sensibilmente, diventando piccola come soldatini, in modo tale da “costare” meno al pianeta e anche a se stessi, potendosi così permettersi lussi un tempo impossibili. Il trattamento di massa ha così successo, che sempre più persone corrono in speciali centri per la “correzione”, prima di essere destinati a mondi paralleli costruiti su misura. Tra questi Paul Safranek (Matt Damon) e la moglie Audrey, che sono di Omaha (città natale del regista), solo che al momento del passaggio a mini, accade qualcosa di inaspettato. Da lì la vita di Paul costeggia nuove conoscenze: quella bizzarra e chiassosa di Dusan (al solito un macchiettistico Christoph Waltz), dell’amico Joris (Udo Kier), e di una detenuta politica fuggita dal Vietnam (la bravissima Hong Chau), che ha perso una gamba e ha l’ossessione del volontariato.
Purtroppo l’umanesimo malinconico e patetico di Payne trova qui la sua pagina quantomeno più confusa. Tra dramma e fantamedicina, commedia ed ecologismo, il mix spreca troppi temi, specialmente nella seconda parte, quando la deriva new age controlla male un finale, dove banalmente l’amore e la solidarietà sono le armi di sopravvivenza del Pianeta, di fronte all’ennesimo annuncio della fine del mondo. Non proprio originale nell’idea di partenza, sia sul versante di dramma esistenziale (“Radiazioni BX: distruzione uomo”, 1957), sia parodistico (“Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, 1989), il film, inutilmente sopra le due ore, si affloscia noiosamente assai presto e trova una piccola scossa solo all’entrata in campo di Waltz e Hong Chau. Ma la superficie melensa sopra ogni situazione (a cominciare dal primo trauma della coppia), porta i contenuti a essere risibili, dove il luogo comune (Dusan è ovviamente uno slavo, per dire) impera. E non basta dimostrare che a misura normale o ridotta, l’umanità ha sempre gli stessi problemi e le classi sociali si mantengono inalterate, dove i poveri comunque restano poveri. Voto: 5.

Va meglio con Susanna Nicchiarelli con “Nico, 1988”. A sorpresa, dopo i precedenti “Cosmonauta” e “La scoperta dell’alba” decisamente modesti, l’ambizioso progetto di raccontare gli ultimi due anni di vista della cantante-modella Nico (celebre la sua presenza nel leggendario gruppo dei Velvet Underground, negli anni ’60), si risolve in un anti-biopic che stenta a ingranare, con qualche eccesso di dialogo, personaggi caricaturali e situazionismo borderline; tuttavia trovata la quadra di rappresentazione, più o meno a metà percorso, sfocia in un intenso ritratto, cupo e disperato, ma anche dolentemente desideroso di serenità interiore, dove le performance musicali (“Nibelungen” a cappella mette i brividi) rappresentano la sintesi degli accadimenti tragici e grotteschi, cui Nico non riesce a sottrarsi. Si parla meno, ci si emoziona di più. Mescolando pochi ma disturbati materiali d’archivio con la carica fisica ed emotiva di Trine Dyrholm (una prova efficace e potente), la Nicchiarelli riesce nel complicato disegno di non essere mai vittima di un maledettismo a orologeria. Non è poco. Voto: 6.5.
 

Giovedì 31 Agosto 2017, 07:40
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