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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 10. Si chiude il Concorso
​con il minimalismo narrativo di Pallaoro

Ultimi due titoli in Concorso. Un’opera prima francese ancora su una causa di affidamento di minori per una coppia separata; l’ultimo del poker italiano in gara a firma Andrea Pallaoro. Nessuno dei due dovrebbe impensierire troppo i pretendenti al Leone.


“Hannah”, opera seconda del regista trentino, ha comunque la forza attoriale di Charlotte Rampling, candidata ragionevolmente a un premio per l’interpretazone femminile
Fedele al suo stile geometrico e gelido, dal minimalismo narrativo e dalla sospensione degli accadimenti, Pallaoro disegna la storia, abbastanza oscura che resterà comunque tale, di una signora anziana, il cui marito finisce in carcere. La presenza di bambini farebbe pensare a delle molestie, ma è chiaro che per il regista, come avvenne già nella sua opera prima “Medeas”, l’interesse è spostato sull’incidenza dei fatti sui personaggi più che sui fatti stessi. Il calvario senile di questa donna è puntellato da piccoli episodi, dove le possibili crudeltà del marito si riverberano in una serie di ostracisimi familiari (la scena del compleanno del nipote) e sociali (il mancato rinnovo della tessera), come se a pagare fosse lei di riflesso. Chiuso in interni mai spaziosi (ogni inquadratura ha comunque una porzione negata, una porta o un ostacolo che negano una visuale compleata), psicologicamente claustrofobico; e rispetto a “Medeas” paga una tensione costante minore e uno stupore meno sofisticato. Ma Pallaoro si conferma dotato regista di stampo autoriale, coerente e rigoroso, abile giocatore col mistero (non è chiaro nemmeno dove il film si svolga), per alcuni forse un po’ noioso, mai comunque banale. E la Rampling ha coraggio da vendere mostrandosi nuda a 71 anni, esibendo il suo corpo come icona di una sofferenza interiore. Un film che sembra essere diretto, in definitiva, da un Haneke più umano, che ama i suoi personaggi e cerca un’empatia significativa, coinvolgendo anche lo spettatore, aspetto che il grande regista austriaco si guarda bene dal fare. Voto: 6,5.
Non convince troppo l’unica opera prima in Concorso di quest’anno. La firma il 38enne francese Xavier Lagrand, si intitola “Jusqu’à la garde” (L’affido) e sembra già vecchia. In un contesto narrativo molto convezionale è la storia di Miriam e Antoine, divorziati, che cercano di ottenere l’affido di Julien, il loro figlio più piccolo. Il padre, a detta della madre, è un uomo violento e pericoloso, ma i giudici stentano comunque a crederle. In un crescendo di tensione, si arriva a un finale dagli stilemi horror (una specie di situazione alla “Shining”, con madre e figlio terrorizzate dal padre armato), mentre il film costruisce un teorema della paura in una struttura ovvia, senza mai uno scatto di regia, che faccia considerare opportuna la scelta di un’opera prima in Concorso. E lancia, senza approfondirle, altre tematiche, come la scoperta di essere incinta da parte della figlia neo maggiorenne, che tutto sommato serve a poco all’economia del film, se non sviluppata. Certo il tema del diritto dei minori a essere protetti e salvaguardati resta importante, ma siamo lontani dall’eleganza di scrittura e regia di un Farhadi (quello di “Una separazione”) o dal simbolismo spinto dell’ultimo Zvyangintsev (“Loveless”, visto a Cannes”). Insomma un film che paga forse un’attesa sbagliata come opera prima: di sicuro la Settimana della Critica ne ha presentate a Venezia, nella sua sezione, di ben più significative e interessanti. Voto: 6.
 

 
 

Sabato 9 Settembre 2017, 09:33
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