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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

La parabola nera dell'ultima Lady Macbeth
Da donna umiliata a feroce vendicatrice



Probabilmente di nuove Lady Macbeth al cinema non ce n’è così urgente bisogno. Ma qui il richiamo a Shakespeare finisce ancora prima di cominciare e infatti la discendenza letteraria dell’opera prima di William Oldroyd, già importante regista teatrale, è da un romanzo russo dell’Ottocento di Nikolaj Leskov “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, diventato negli anni ’30 anche un’opera musicata da Šostakovič.
È la storia di una giovane donna, nel nord dell’Inghilterra, del secolo coevo, sposata per convenienza ad un uomo ricco e più vecchio, che sa solo umiliarla: splendida e devastante la prima notte di nozze, che non viene consumata, così come non lo sarà mai in seguito. Lasciata sola si abbandona ai piaceri della carne con lo stalliere, diventando in breve tempo una dark lady spaventosa.
La desolazione della location esterna (siamo nella brughiera inglese) e l’austerità della messa in scena aiutano a penetrare in un clima di raggelante tensione, surriscaldata soltanto dal folle desiderio carnale, non secondario a una forma di ribellione programmata contro la cattiveria e la latitanza del consorte. Florence Pugh veste con convinzione i panni di una donna travolta dagli eventi, solo apparentemente insicura all’inizio, per trasformarsi, con una crudeltà luciferina, in una devastante donna capace di depistare la verità e di ribaltare le situazioni svantaggiose a proprio reddito, con una mostruosa, diabolica determinazione.
Impaginato con misurata eleganza e abbandonato da subito a un totale senso di desolazione e solitudine, “Lady Macbeth” ribalta il concetto di eroina ottocentesca destinata a soccombere con la sua infelicità romantica. Semmai dimostra come la ribellione possa portare a un rovesciamento totale dei ruoli, atteggiamento nella vita a volte sottovalutato. Il film di Oldroyd diventa così un film sulla crudeltà del potere tout court, dimostrando tra l’altro come comunque alla fine a pagare siano sempre le classi più deboli. In questo è assolutamente esemplare il ruolo dello stalliere.
In definitiva “Lady Macbeth” è un’opera asciutta, plumbea e terribile, con uno dei delitti che lascia sicuramente più il segno di altri: le cime sono sempre tempestose e ovunque appaia il nome Macbeth la tragedia è praticamente assicurata. Anche quando il Bardo non c’entra.
Stelle: 3


IO DANZERO' - La storia di Loïe Fuller, antesignana della danza moderna e coeva di Isadora Duncan (altrettanto presente nel film), parte come un western dagli accenti crudi e poi si adagia più tiepidamente su un biopic abbastanza convenzionale, ravvivato da momenti di estasi figurativa, con i movimenti che hanno fatto la fortuna e la fama della ballerina dalla vita tormentata (lesbica dichiarata).
Dall’Illinois alle Folies Bergère parigine di fine Ottocento, la regista esordiente Stéphanie Di Giusto con “Io danzerò” prova a metterci un po’ di autorialità personale, ma probabilmente rimane schiacciata dal personaggio (cui la polacca Soko dà un’impronta di malinconica agitazione), la cui “danse serpentine”, leggera solo alla vista, ruba lo schermo anche alla storia stessa. 
Stelle: 2½

Sabato 17 Giugno 2017, 09:08
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