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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Da Dolan a Captain Fantastic, le famiglie
non hanno mai il senso della misura


Dopo 12 anni di assenza, Louis torna a casa dai suoi per comunicare una notizia drammatica: la sua incipiente morte. Tratto dalla piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce (un testo di notevole bellezza, riscritto dallo stesso Xavier Dolan) è il film che secondo molti avrebbe dovuto consacrare definitivamente il talento di questo controverso giovane regista canadese, ma che sta soltanto prepotentemente riaccendendo la battaglia tra fan e detrattori, specie dopo l’ennesima sponsorizzazione cannense (il suo precedente “Mommy” fu premiato con il premio della Giuria, questo “È solo la fine del mondo” ha vinto la scorsa primavera il Gran Premio, dietro la Palma-bis a Loach).
Si tratta di un kammerspiel atroce e crudele costruito sui primi piani e sulle contrapposizioni verbali, anche violente, dove in realtà il protagonista, che dovrebbe parlare e annunciare il suo definitivo “addio”, è quasi sempre muto in ascolto degli altri. Il racconto sfocia in improvvise folgorazioni visive pop da videoclip (un suo classico), come antitesi al senso claustrofobico che governa la situazione, un soffocamento della storia, dei personaggi, dei luoghi; per dire anche l’unico momento al di fuori della casa (il colloquio con il fratello Antoine) è vissuto nel chiuso dell’abitacolo dell’auto, senza dimenticare la prima inquadratura, con la visione da una infinitesimale apertura di tenda in aereo. E se qui Dolan non può stupire con spalancamenti improvvisi e portentosi dell'inquadratura come in “Mommy”, al contrario offre una simbologia finale sull’uccellino prigioniero, forse un po' troppo consumata.
Ne risulta un melò intasato, in convulsi intrecci tra Fassbinder e Almodóvar (la madre, soprattutto), che sembra tuttavia incepparsi nella convinzione di un’esteriorità apparentemente fondamentale (il perfetto montaggio, l’emozionante fotografia), frenando, in un ambito più “classico” rispetto alle spavalde, dissacratorie giovanili opere precedenti, quella folgorazione per un regista audace che a 19 anni aveva fatto quasi sobbalzare Cannes (“J’ai tué ma mère”, siamo nel 2009). E questo nonostante il cast sia lussuoso (Cotillard, Cassel, Seydoux, Baye...) e Gaspard Ulliel mostri una disarmante bellezza triste e malinconica, come appartenesse sempre a un altro mondo.
Stelle: 3.


CAPTAIN FANTASTIC: PIU' IRRITANTE CHE DESTABILIZZANTE
- Un papà piuttosto bizzarro (un notevole Viggo Mortensen) alleva i 6 figli nella foresta, lontano da ogni contatto con la società: li abitua a una sopravvivenza esasperata, usando le armi, combattendo gli animali, esponendoli a esercizi fisici pericolosi, non dimenticando una forsennata culturalizzazione ideologica. Quando muore la mamma, cercano in tutti i modi di evitarle il funerale voluto dalla sua famiglia d’origine, per assecondare la sua volontà di essere cremata.
Dissacrante, ma sostanzialmente innocua, opera indie che ragionando su come educare i propri figli, traccia, con paradossale realismo, l’eterna lotta tra primitivismo e civiltà, in contesti sempre più “impossibili”, perdendo di vista la sua ragione d’essere, dimostrandosi incapace di abbandonare l’ambiguità di uno sguardo, che sembra voler perorare la causa anarchica, ma al tempo stesso affossandola davanti agli evidenti eccessi.
Così con “Captain Fantastic” Matt Ross firma un’opera più irritante che divertente, più furba che destabilizzante. Finale assai brutto, dove tutto si sgonfia. 
Stelle: 2.

 

Sabato 10 Dicembre 2016, 10:33
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