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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 70, giorno 7: Italia double face
I cuori puri battono, la Zambrano no

Va bene, non vi tedierò più sul fatto che il Concorso è come Cannes senza il mare, finché non arriverà un film almeno sorprendente, non dico memorabile. Quindi andiamo avanti.

 
CUORI PURI di Roberto De Paolis (Quinzaine) - Stefano, 25 anni, controlla il parcheggio di un centro commerciale, separato da un campo rom con una fragile rete di protezione; Agnese festeggia nel film la sua maggiore età, frequenta la parrocchia con un prete tutt’altro che canonico, ma in compenso ha una madre ossessiva e bigotta. “Cuori puri” è film brusco, spesso spiazzante, doloroso, che si nutre di tutte le contraddizioni di una società conflittuale. L’esordiente De Paolis figlio, in una Roma desolata e periferica, ha uno sguardo asciutto, forte e scevro da ogni considerazione, anche estetica, conciliante. Merita attenzione. Voto: 7.

DOPO LA GUERRA di Annarita Zambrano (Un certain regard) – Nel 2002 Marco, un ex terrorista condannato in Italia all’ergastolo per l’assassinio di un giudice e rifugiatosi da 20 anni in Francia grazie alla "dottrina di Mitterand", si vede costretto a fuggire quando l’Italia finalmente può chiedere l’estradizione. Lo fa con la figlia Viola verso il Portogallo. Nel frattempo in Italia la sua famiglia è costretta a rivivere quei giorni bui. Deludente Zambrano, che non riesce a dare corpo a un film troppo dispersivo, senza riuscire a privilegiare un punto di vista forte. Discutibile sul piano politico, fragile su quello intimista, con un colpo di scena finale avventato. Se si può apprezzare (ma fino a un certo punto) il tono pacato, il film alla fine è molle. Con Battiston e Bobulova non troppo convincenti. Colonna sonora da dimenticare. Voto: 4.5.
BEFORE WE VANISH di Kurosawa Kiyoshi (Un certain regard)
– In una Terra che sta per essere invasa dagli alieni, la mutazione genetica porta i corpi a essere “posseduti” e a cambiare lentamente identità, pur rimanendo visibilmente simili. Kurosawa firma un sci-film che sembra un episodio di “Ai confini della realtà”, dove si interroga sull’identità di un’umanità sempre più in difficoltà con se stessa e con il pianeta che la ospita. Con accenti da commedia e folgorazioni horror (magnifico l’incipit), ma anche senza una forza, visiva e filosofica, che lo renda necessario più di altri film sullo stesso tema. Voto: 6.
NOS ANNÉES FOLLES di André Téchiné (Seancé Hommage)
– Paul diserta il fronte della I Guerra mondiale e si rifugia nello scantinato della casa che divide con la moglie Louise. Sfinito dalla segregazione forzata escogita di travestirsi da donna per poter uscire. Ma la personalità della nuova Suzanne prende il sopravvento. Téchiné gioca di ellissi e fa bene per non rendere troppo tradizionale un film che si interroga su chi siamo veramente e su quanto siamo disponibili ad affrontare con coraggio scelte che ci possono rendere liberi. Voto: 6,5.
HOW TO TALK TO GIRLS AT PARTIES di John Cameron Mitchell (Fuori concorso
) – Negli anni ’70 all’inizio del movimento punk, un gruppo di ragazzi entra in una dimora dismessa e scopre un party alieno. Un film sgangherato, bizzarro, colorato e demenziale, ma anche purtroppo paradossalmente poco trasgressivo, nonostante qualche eccesso degli extraterrestri. Per dire: non vi aspettate un altro Rocky Horror. Con Elle Fanning e un’alternativa Nicole Kidman, davvero sorprendente. Ma John Cameron Mitchell ha fatto di meglio. Voto: 5,5.
HIKARI di Naomi Kawase (Concorso)
– Misako, che scrive la versione parlata di film per non vedenti, incontra un anziano fotografo che sta perdendo la vista. Con lui ripercorre anche il proprio passato. Kawase presenta un film teorico, ma sente purtroppo il bisogno di spiegare ogni cosa su tutto. Così la riflessione sull’immagine, sulla fotografia, sul cinema e sulla suggestione delle parole diventa esageratamente didascalica e didattica. Un film che dopo un quarto d’ora ha già detto tutto e che nell’interminabile finale sbrodola in un sentimentalismo sdrucciolo (dai tramonti ai ricordi dell’infanzia), che può rubare una facile lacrima, ma mostra anche tutta la sua troppa semplicità, anche nella colonna sonora di un pianoforte lagnoso. Voto: 5.
 
 
 

Martedì 23 Maggio 2017, 16:50
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