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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 70, giorno 4: arte e sarcasmo
le lacrime dell'Aids e l'America di Elvis-Trump

Purtroppo si direbbe, finora, il peggior concorso di Cannes da almeno una decina d’anni. È anche il peggior festival, probabilmente di sempre, per vivibilità: stress, sveglie mattutine anticipate per le incredibili code mattutine agli ingressi, un po’ di apprensione vedendo gendarmi in giro e una forte distrazione per i possibili veri pericoli. D’altronde gli unici sospettabili finora sono gli accreditati. Bene no? Bravi francesi, continuate così, sembra non abbiate imparato nulla, dal Bataclan alla Promenade des Anglais. Magari isolare la Croisette dal traffico, camion compresi, forse sarebbe più intelligente.

THE SQUARE di Ruben Östlund (Concorso) – Il curatore di mostre contemporanee di un importante museo di Stoccolma vive momenti travagliati, a cominciare da un furto subìto, nel quale ha visto sparire portafoglio e cellulare. Uno scandaglio sulla quotidianità del protagonista, proposto per blocchi narrativi, con un fil rouge che si lega alla ricerca del recupero degli oggetti sottratti: ne esce un quadro sarcastico e acido, surreale e minimalista di una società che non crede probabilmente più a nulla, a cominciare dalle istituzioni (il personaggio non ricorre alla polizia ma cerca di fare giustizia da sé), dove ognuno è inadeguato al proprio ruolo e dove l’arte è una forma sempre più incomprensibile al pari della realtà, sociale e privata, odierna. Un po’ alla maniera di Roy Andersson, ma con un tono più leggero e una ostilità sull’attuale umanità indifendibile. Un buon film, algido dai toni nordici, probabilmente finora il migliore di un concorso modesto, ma dove c’è forse un po’ troppo di tutto: 140’ che potrebbero essere comodamente 100’, con alcune sequenze notevoli come la prima intervista, l’invadente uomo-scimmia alla cena e la ricerca dell’indirizzo nella spazzatura. Voto: 7.


120 BATTEMENTS PAR MINUTE di Robin Campillo (Concorso)
– Anni ’90. Un gruppo di attivisti francesi contestano con azioni anche violente i silenzi e i ritardi delle istituzioni e delle case farmaceutiche nella lotta contro l’Aids. Molti di loro sono sieropositivi e Campillo li segue nelle lunghe discussioni assembleari e nella preparazione delle attività dimostrative. Un film sincero e partecipato, ma anche troppo convenzionale e dalla struttura consumata (dibattito, serate in discoteca, scene di sesso), che sfiora la banalità. La storia di due attivisti gay che si amano, fino al tragico, inevitabile epilogo di uno di loro, corre parallela e risaputa alle lotte sul campo, ma anche qui 140’ sono troppi, anche nei momenti più emozionanti. Forse in ritardo storico per una sua reale necessità, lascia alla fine più disinteresse che commozione, anche nel finale dove l’esposizione del corpo dovrebbe assumere un significato simbolico. Per capirci, assai lontano da “Milk”. Ma i giovani attori sono tutti bravissimi: per il ruolo sofferto di Sean, Nahuel Pérez Biscayart è tra i possibili papabili al premio come miglior attore. Voto: 5.
PROMISED LAND di Eugene Jarecki (Séance Speciale)
– A bordo della Rolls Royce del 1963 che fu di Elvis Presley si percorre la strada durante la campagna elettorale per la presidenza americana del 2016, che ha visto Donald Trump diventare presidente degli Stati Uniti. Jarecki sfrutta l’Uomo-Mito per raccontare un Paese-Mito, assemblando con fantasia e intelligenza materiale inedito e di repertorio, costruendo una mappa complessa e caotica, affascinante e contradditoria, dove il cantante e l’America non ne escono certo bene. Grande partecipazione di ospiti, tra racconti ed esperienze, colonna sonora da urlo. Voto: 7.
 
 

Sabato 20 Maggio 2017, 17:58
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