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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Buon viaggio, Jeanne. Ora continua
a correre su quel ponte fino all'eternità


Ci sono addii che mettono una tristezza inconsolabile, lacrime silenziose dedicate ad artisti che ci sono stati sempre a fianco nella nostra vita, come le persone a noi più care: la scomparsa di Jeanne Moreau si porta dentro tutta questa profonda amarezza. Bellezza e bravura, che in lei ovviamente eccellevano, non bastano sempre a giustificare un affetto così rilevante; in Jeanne era tutto il resto a fare la differenza: la sua condotta davanti alla macchina da presa, tenera e selvaggia, angelica e torbida, un corpo capace di attirare ed esibire tutta la forza espressiva di un intero movimento artistico, in qualche modo riassumerlo e rappresentarlo, icona insostituibile di una nouvelle vague, come difficilmente ce ne saranno ancora. Jeanne Moreau era tutto questo e altro ancora, figura primaria come una Monroe, una Bardot, una Deneuve.
La donna di servizio l’ha trovata ieri mattina sul letto della sua casa parigina, quando qualsiasi soccorso sarebbe stato già inutile. Aveva 89 anni, uscita in silenzio durante la notte, luogo ideale che il suo cinema amava totalmente. Figlia di un ristoratore francese a Montmartre e una ballerina inglese che si esibiva alle Folies Bergère, esordisce nella Comédie-Française nel 1950, con un’opera di André Gide, nel ruolo di una prostituta, tanto da rendere chiaro subito la sua innata sensibilità verso personaggi tutt’altro che consolatori. È proprio a teatro che seduce lo sguardo del regista Louis Malle, che le affida (1957) la parte di una donna che con l’amante elimina il marito in uno dei film fondamentali della sua carriera: “Ascensore per il patibolo”, beffardo gioco del destino in un noir tra il buio e Miles Davis, con un’indimenticabile passeggiata notturna nella capitale. Al cinema la Moreau aveva esordito qualche anno prima, ora è la sua consacrazione e il via a una carriera irripetibile. Ancora con Malle gira “Les amants”, dove come moglie stanca della quotidianità amoreggia (all’epoca fu scandalo) con un giovane amante.
I due successivi ruoli sono decisivi, aggiungendo anche il premio a Cannes per “Moderato cantabile” (1960, Peter Brook): Antonioni la porta sul set de “La notte” dove la sua Lidia esprime tutto il tormento del vuoto esistenziale così caro al maestro ferrarese, ma soprattutto è Catherine in uno dei memorabili film di Truffaut “Jules e Jim”, la vetta assoluta della sua carriera di attrice, in quell’atmosfera incontenibile di utopia, amore e anticonformismo nel più celebre triangolo della storia del cinema, con la Moreau che canta “Le tourbillon” e la corsa a perdifiato sul ponte, dove tra l’altro lei bara.
Ha avuto significative relazioni amorose con i registi Jean-Louis Richard, Tony Richardson e William Friedkin e con lo stilista Pierre Cardin; ed è stata attrice per registi prestigiosi da Welles (“Il processo”, “Storia immortale”) a Losey (“Eva”, “Mr. Klein”), da Buñuel (“Diario di una cameriera”) a Luc Besson (“Nikita”), da Wenders (“Fino alla fine del mondo”) a de Oliveira (“Gebo e l’ombra”), da Angelopoulos (“Il passo sospeso della cicogna”) a Ozon (“Il tempo che resta”), anche se l’altro ruolo essenziale della sua folgorante presenza al cinema, dove ha firmato anche due regie, è quello di Lysiane, nel bordello fallico della Feria in “Querelle” tratto da Jean Genet, opera postuma di Rainer Werner Fassbinder, melò maledetto alla Mostra di Venezia nel 1982, dove nel carosello delle attrazioni tra marinai, lei quasi sfatta sussurra la canzone “Each man kills the thing he loves”, tratta da Oscar Wilde. Proprio al Lido riceverà 10 anni dopo il Leone alla carriera, lo stesso anno di Paolo Villaggio (1992).
Ci lascia una donna che è stata più di tutto quanto si possa scrivere di lei. Sono lacrime lunghe. Buon viaggio, Jeanne: continua a correre su quel ponte fino all’eternità.

Martedì 1 Agosto 2017, 12:17
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