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Gasp! Fumetti di Marco Gasparin

Venezia a fumetti, nel nuovo libro di Fior la rinascita "senza turisti"

Una Venezia senza turisti, silenziosa, a tratti spettrale; rifugio accogliente per chi è in fuga da una minaccia lontana, porto franco dove convive un'umanità varia. Potrebbe sembrare un tuffo nel passato, ma questo è il futuro della città immaginato da Manuele Fior nel suo prossimo libro. Il quarantenne cesenate – tra i maggiori autori di fumetto e graphic novel a livello internazionale – ha vissuto a Venezia cinque anni, durante gli studi di architettura, e non nasconde il suo rapporto di amore-odio per la città lagunare: «È una città talmente estrema che non ti lascia indifferente – dice - Talvolta ti impone un effetto di rigetto, quello che ho avuto durante il periodo universitario. Ora invece sto tornando sui miei passi. Ci ho rimesso piede (Fior vive a Parigi, ndr) per cercare di capire perché l'avessi così tanto detestata e da lì ho cominciato a riappropriarmi di alcuni posti in cui ho vissuto e a scoprirne altri. Tanto che Venezia è il personaggio principale del mio prossimo libro a fumetti, anche se un po' camuffata: cambierò il nome, ad esempio».


(Le tavole del nuovo libro in mostra a Treviso)

Per Fior la location è fondamentale per raccontare una storia: «Non riesco a pensare una storia in un quadro indefinito: deve essere sempre una città; anche se non viene detto che città è, o non viene descritta minuziosamente, nella mia testa deve essere molto chiaro. Non riuscirei ad ambientare una storia nel deserto, come Moebius (ride). Dopo qualche tentennamento iniziale, è venuta fuori Venezia. Anche perché la trovo una città emblematica di questo momento storico, in cui tutti la danno per spacciata, come una sorta di sarcofago per turisti. Mi piace invece pensare che possa “svoltare” e avere un ruolo centrale in un futuro prossimo». D'altronde, ricorda il fumettista, è già stato così: «Venezia da punto di rifugio è diventata la Repubblica più potente del Mediterraneo, ha stabilito un ponte con l'Oriente che ha modificato la penisola italiana. Adesso sembra quasi che si sia rattrappita, che sia ridiventata “solo” una piccola isoletta, meta di turisti. Nella mia visione romanzata do una chance a Venezia, di vivere una nuova vita».


(Fior prende molti appunti a margine delle tavole.
Su di una secondo me c'era uno spoiler ma lui
mi ha giurato di no... Lo aspetto al varco)


Eccola qui, l'altra Venezia: «Venezia in origine è stata popolata da profughi, diremo usando una parola molto attuale. Gente che scappava dalle invasioni barbariche si è rifugiata in laguna e ha cominciato a costruire delle case dove non era possibile costruire, ha sviluppato tecnologie di navigazione... Era una enclave di gente rifugiata e mi piaceva recuperare questo aspetto, dato che siamo in un periodo in cui è abbastanza costante questa idea – anche abusando di questi termini – di barbarie, di invasione, di profugo, di rifugiato. Mi piaceva ridarle una dimensione completamente avulsa da quella che ha adesso: non ci sono turisti, è una città quasi gotica, sembra di essere tornati indietro nel tempo anche se siamo nel futuro. Volevo ridarle il ruolo di rifugio da qualcosa che è instabile, incontrollabile. Rifugio però non vuol dire che le persone che hanno trovato rifugio siano tutte stinchi di santo, anzi; nel libro che sto pensando c'è una composizione sociale molto varia, ci sono criminali, persone con particolari poteri, potenziali telepatici... Questa è un'idea che avevo un po' cominciato a sviluppare ne “L'intervista”. La storia non è la prosecuzione di quel libro, ma insiste sullo stesso universo di questo tipo di fantascienza, che ho cercato di sviluppare».*


*Articolo originariamente pubblicato sul Gazzettino del 28/12/2016. Seguono le BONUS TRACK che per questioni di spazio/tempo sono rimaste fuori.


Quattro bellissime tavole del libro sono state esposte al museo Bailo di Treviso nella mostra “Da Caffi a Fior”, che ha fatto dialogare quattro opere del pittore veneto del XIX secolo con una ventina di tavole di Fior.
 

 

Dopo il bellissimo “Variazione d'Orsay”, fumetto frutto della collaborazione con il museo francese, sei finito tu esposto in un museo. Che cosa si prova?

«Be' il taglio del tricolore era una cosa che in effetti non avevo mai fatto (ride). Cosa si prova... Per me è un'esperienza molto interessante. A me piace molto mischiare l'alto e il basso, in termini di cultura alta e cultura bassa nella mia testa è tutta cultura orizzontale, per cui una pila di fumetti mi dà la stessa soddisfazione di un museo... È interessante entrare in un museo perché si possono fare dei tipi di discorsi diversi dal solito. Questo che abbiamo abbozzato con Caffi a Treviso, non so, non ne avevo sentiti tanti. Esattamente come si può fare un parallelo con il cartone animato, con altri fumetti, con la letteratura, si poteva fare un parallelo con un artista che forse non era così diverso da noi. Era quasi un artista che faceva dei reportage attraverso i suoi quadri. Caffi è morto su un piroscafo affondato durante una battaglia contro gli austriaci perché voleva documentare la battaglia dal vivo. Cosa che adesso sta diventando una prerogativa del fumetto reportage e del graphic journalism: essere presente per documentare».


(Magic moment: il taglio del nastro alla mostra)

Qual è il percorso che ti ha portato a Caffi?

«Sono arrivato a Caffi come a tanti altri autori semi-sconosciuti. Sono un grandissimo appassionato di pittura e ho una cartella dropbox che viaggia sempre con me dove cerco di scaricare tutta la pittura che mi piace, senza guardare al periodo o allo stile. La tengo anche nel mio iPhone per potermi riguardare quelle immagini in qualsiasi momento. La pittura è una cosa che mi piace, mi dà calore. Quando sono da solo mi piace vedere un po' di quadri. Così sono cascato su queste visioni notturne di Roma, che mi avevano affascinato. Di vedutisti ce ne sono molti, anche più famosi di Caffi, ma lui ha un taglio... bambinesco quasi, sulle vedute. Gli piacciono gli effetti di luce un po' da fuoco artificiale... Si rimane a bocca aperta per il colore... E poi – come succede in molti casi – si comincia a tirare il filo e si scopre che di analogie ce ne sono tante: analogie anche di percorso artistico, per quanto si possa trovarne con una persona che è vissuta 150 anni prima di me. È una persona che ha viaggiato molto: in Egitto, dove ho lavorato pure io, a Venezia, dove ho vissuto, a Roma, dove sono stato. Ho trovato una "analogia dello sguardo" su diverse cose. Lavorando alla mostra con Carlo Sala (il curatore, ndr) le analogie sono aumentate. C'è questa passione per la visione dall'alto della città, ad esempio. Mio papà è un ex pilota dell'aeronautica, quella di volare è un'esperienza che ho fatto da piccolo e mi ha segnato profondamente, mi accompagna come tipo di fascinazione: il volare e il guardare le cose da un'altro punto di vista. Sono un appassionato anche di Antoine de Saint-Exupéry: oltre al Piccolo Principe i suoi libri sul volo sono una delle mie letture fondamentali».

Quali sono i tuoi punti di riferimento nel mondo del fumetto?

«Ho iniziato con i guru, i maestri, poi più si va avanti più tendi ad avere meno “grossi” maestri ma piuttosto tantissime voci a cui ti interessi: Marino Neri, Francesco Cattani, Paolo Bacillieri, Gipi... Sono tutte persone a cui guardi e, non dico rubi qualcosa, però apprezzi quel qualcosa, uno scarto rispetto a quello che fai tu e così ti insegnano delle cose. È difficile fare nomi, perché ci sono una marea di colleghi, amici e anche grandi disegnatori. Vengo da una grande ispirazione per Lorenzo Mattotti e Valvoline, ma prima ancora sono un lettore di supereroi americani».

E il tuo cartone animato preferito?

«Ce ne sono troppi. Il primo che mi viene in mente è Goldrake, ma ce ne sono anche tanti altri. Sono un grande appassionato di cartoni animati e anche di disegno di cartoni animati. Infatti nei miei fumetti cerco di “scimmiottare” tanti risultati dell'iconografia del disegno animato. Per esempio: l'idea del cartone animato di avere uno sfondo pittorico su cui l'immagine si muove è un'idea che nasce dalla necessità pragmatica di realizzare tecnicamente questa cosa, ma ha realizzato un'immagine diversa, no? Ogni tanto recupero questo modo di rappresentazione anche se faccio fumetti e potrei fare tutto pittorico, però mi piace questa “décalage”. Il fumetto è un'arte anfibia dalla sua nascita, è fatta per mescolare diverse tendenze: estetiche, culturali...»

Venerdì 30 Dicembre 2016, 10:41
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