ROMA - Verranno soprattutto dalla sanità i due miliardi di risparmi che entro il 2012 dovrà produrre il supercommissario Enrico Bondi. Al manager è stata affidata la missione di passare al setaccio i contratti d’acquisto della pubblica amministrazione fra i quali spiccano quelli legati ai 40 miliardi circa che le Regioni spendono per l’acquisto di beni e servizi sanitari e che assieme agli stipendi di medici e infermieri costituiscono l’80% della spesa regionale italiana.
Non sarà semplice. Eppure sarebbe sufficiente che tutte le Asl si dotassero di centri di acquisto centralizzati a livello regionale per far risparmiare al Servizio sanitario nazionale almeno due miliardi di euro. Così come sarebbe sufficiente che le aziende sanitarie pagassero i fornitori entro 60 giorni e non, come alcune, oltre i mille, per evitare di pagare quasi il 10% di mora sulle forniture come prevede una direttiva europea. E ancora: sarebbe sufficiente controllare, a livello nazionale, quanto vengono pagate alcune protesi per evitare che un pace maker costi circa 1.800 euro in Veneto e più di 2.000 in Piemonte. E’ soprattutto in questo groviglio di conti, appalti, bilanci e gare d’appalto che andrà a fare le sue verifiche Enrico Bondi.
Già oggi alcune Regioni, come il Lazio o la Campania, sono in grande affanno per i piani di rientro dal deficit più alto del previsto. Ma Bondi dovrà affondare comunque la lama. Primo obiettivo: gli sprechi. Che continuano a guizzare nei mille rivoli degli acquisti e dei contratti con i servizi esterni. E’ di poco più di un mese fa la scoperta di uno scandalo nella Asl di Bari. Dove un semplice riallineamento delle tariffe ha permesso di risparmiare 20 milioni di euro per i reagenti dei laboratori.
Bondi si troverà di fronte ad una contraddizione storica della sanità pubblica italiana che è demandata alle amministrazioni regionali: questa autonomia permette una contrattazione articolata e flessibile ma la mancanza di un tariffario generale consente differenze di prezzi notevoli fra appalto ed appalto. E proprio in questo ambito, quello dei cosiddetti dispositivi medicali (dalle valvole cardiache, ai macchinari, alle protesi) che ci sono le più clamorose disparità di costi. Lo stesso stent medicato per riaprire le coronarie viene pagato a Terni circa 600 euro mentre in un ospedale di Genova si arriva a circa 1.200 euro.
Mentre la stessa valvola aortica a Milano, al Niguarda, è fatturata 19 mila euro e a Torino, le Molinette, 21 mila. Quello dei dispositivi è un settore particolarmente rilevante nella gestione di un ospedale. Basta pensare che la banca dati del ministero della Salute ne conta oltre 250mila tra quelli utilizzati tra ospedali e ambulatori pubblici. Per una quota di spesa sul fondo sanitario nazionale pari al 5%. Proprio i debiti che le Asl hanno accumulato con le imprese preoccupano chi dovrà far tornare i conti.
In un’Italia in cui, come fanno sapere ad Assobiomedica l’associazione che riunisce le aziende produttrici, la Lombardia paga i fornitori in cento giorni mentre in Calabria il saldo arriva dopo tre anni. «E’ evidente - dicono gli industriali - che un’azienda preferisca vincere una gara a Milano che non a Reggio Calabria». I giorni di ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione italiana hanno ormai raggiunto una media nazionale di 315 giorni, più alta dei 180 giorni indicati nel rapporto Ocse sulle condizioni di finanziamento delle piccole e medie imprese. La Germania è sui trenta giorni mentre Francia e Regno Unito sui cinquanta.
Le cifre in ballo sono importanti. Acquistare macchinari e altri dispositivi fa spendere, ogni anno per ogni ospedale, una cifra media che varia tra i 110 e i 120 milioni di euro. Mentre, per i farmaci in corsia, non si superano i 95 milioni di euro. Per i medicinali, infatti, c’è il controllo dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco.
Medicinali, macchinari, appalti riveduti e corretti ma anche, come ogni volta che si parla di tagli alla sanità, chiusura dei piccoli ospedali. Quelli con meno di 120 posti letto. Strenuamente difesi da comitati di campanile nelle grandi città come, soprattutto, nei piccoli centri. Il governo Monti parla di chiusura o riconversione. Termine ultimo: 31 ottobre 2013. In Toscana, dove peraltro è già stata fatta una drastica riduzione negli anni passati, stanno già alzando la voce. Sono i sindaci di Pontremoli e Fivizzano in provincia di Massa Carrara. Da qui la proposta del sottosegretario alla Salute Adelfio Elio Cardinale: «Analizzerò le possibilità di affidare queste strutture da chiudere ad associazioni di medici di famiglia, di medicina generale, specialisti, cooperative di giovani dottori. Così non si depauperano le strutture e si crea un filtro anti intasamento degli ospedali».
A Bondi, con ogni probabilità, anche il compito di accelerare il taglio il parco auto blu delle Asl. Sempre assai corposo nonostante i tagli e le strette più volte annunciati. Solo per i dirigenti si contano 94 macchine ad azienda. Sono oltre 9.700 le auto che continuano a essere parcheggiate nei garage delle aziende sanitarie secondo il dossier del Formez, il Centro di formazione per le pubbliche amministrazioni incaricato di monitorarle. Tra bollo, assicurazione, piccoli e grandi manutenzioni un’auto blu arriva a costare circa dieci mila euro l’anno.