ROMA (29 luglio) - Prima Italo Tanoni e Daniela Melchiorre. Poi Riccardo Villari. Nel giorno forse più concitato della guerra contro il co-fondatore del Pdl, Silvio Berlusconi ha trovato il tempo per ricevere a Palazzo Grazioli un senatore senza partito e due deputati ex-diniani, parcheggiati per ora nel gruppo misto.
Ma l’apparenza non deve ingannare: si tratta di colloqui strettamente connessi alla sua strategia bellica. Berlusconi sta cercando consensi nelle piccole aree grigie tra gli schieramenti. Ha bisogno assoluto di ampliare i consensi parlamentari per tamponare l’emorragia dei finiani (destinati in caso di rottura a formare gruppi autonomi). Così come ha intenzione di combattere con Fini una battaglia deputato per deputato, senatore per senatore, cercando di ridurre al minimo le adesioni al presidente della Camera.
Da un paio di giorni sono partite le telefonate da Palazzo Grazioli a tutti i parlamentari: «In caso di rottura vi schiererete con Berlusconi o con Fini?». E, appena la risposta lascia un margine di incertezza, scatta il pressing. Fini rivendica almeno una trentina di deputati e 14 senatori: Berlusconi dichiara addirittura l’obiettivo di far regredire i finiani sotto la soglia della costituzione di gruppi autonomi sia alla Camera (dove sono necessarie 20 presenze) che al Senato (il limite è di 10).
La battaglia dei numeri, corollario della guerra politica, è funzionale al mantenimento della maggioranza di governo. I margini sono più stretti a Montecitorio: la legge Porcellum ha assegnato a Berlusconi 63 deputati di maggioranza. Poi il Cavaliere ha perso per strada qualche unità. Ma Fini deve comunque superare quota 25-27 per poter affermare un ruolo determinante nella coalizione di governo.
Per ora i finiani negano l’intenzione di lasciare la maggioranza. Ripetono che continueranno a votare la fiducia al governo anche nel caso fossero espulsi dal Pdl. Ma, nonostante le assicurazioni formali, è evidente che dopo la rottura tra Berlusconi e Fini il governo entrerebbe in zona-rischio. L’autonomia del gruppo di Fini avrebbe inevitabili riflessi nell’iter di tutti i provvedimenti (del resto, l’ha avuto anche in tempo di coabitazione nel medesimo gruppo). E presto l’abuso della fiducia verrebbe percepito come un insopportabile atto di ostilità anche dal gruppo finiano.
I consensi marginali che Berlusconi ora cerca, comunque, non sembrano in grado di mettere stabilmente in sicurezza il governo. I numeri diventerebbe comunque incerti. Alla Camera è difficile governare con una decina di voti di vantaggio. Il Parlamento potrebbe diventare per Berlusconi un calvario come lo fu per Prodi nella passata legislatura.
La doppia campagna acquisti - interna ed esterna - del Cavaliere è così solo provvisorimente destinata a tamponare la falla. Certo, per Berlusconi è assolutamente necessario evitare una crisi immediata, prima delle ferie: «Se cadesse ora - spiegava ieri Massimo D’Alema ad un gruppo di deputati Pd - Berlusconi perderebbe il bandolo della matassa e le elezioni anticipate sarebbero impossibili. In autunno invece Berlusconi potrebbe provare a giocare la sua partita da una posizione di maggiore forza».
È per questo che i gruppi di opposizioni sono tutti mobilitati per il voto (segreto) sulle pregiudiziali di costituzionalità del ddl intercettazioni, previsto per domani o sabato, e sul quale potrebbero riversarsi i mille veleni di questo scontro all’ultimo sangue nel Pdl. Ed è per questo che Berlusconi ha provato addirittura a cancellare il ddl intercettazioni dall’agenda, dopo averlo disconosciuto.
Superata la contingenza però la campagna acquisti servirà a Berlusconi non per dare al governo ciò che Fini gli toglie in termini di stabilità (numericamente e politicamente la compensazione è impossibile: peraltro, Casini ha detto che non si presterà a rimpiazzare i finiani), ma per tentare, nel caso, l’affondo sulle elezioni anticipate. I numeri servono al Cavaliere innanzitutto per tenere in mano le chiavi della legislatura. Teme il Quirinale. Teme anche gli alleati, compreso il leghista Bossi che ieri ha detto: «Non si voterà senza il federalismo». Ma l’ipotesi di un governo di transizione, comunque di un secondo governo di legislatura (senza di lui) è possibile solo se, sia pure sulla carta, diventerà possibile una maggioranza contro di lui. È questo scenario che Berlusconi intende scongiurare, costi quel che costi.