TREVISO - Il medico non se l'è sentita di firmargli immediatamente la dichiarazione di idoneità per giocare a livello agonistico, indicando la necessità di effettuare degli accertamenti perché qualcosa non tornava, e la famiglia del baby-calciatore per tutta risposta ora chiede che gli vengano pagati i danni con un assegno tra i 5 e i 10mila euro.
Il fatto è accaduto negli ambulatori della medicina dello sport dell'Usl di Treviso all'inizio del 2009, ma solamente ora le parti sono arrivate a confrontarsi davanti al centro di mediazione e arbitrato Curia mercatorum di Treviso. E domani ci sarà il primo tentativo di conciliazione. Ai genitori non è andato giù il fatto che il proprio figlio, minorenne, dopo la prima visita, sia stato inviato a fare una serie di altri esami che hanno fatto slittare il timbro sulla dichiarazione di idoneità, indispensabile per poter scendere in campo, verso la fine del 2009.
Una stagione gettata, insomma, e una battuta d'arresto per la carriera del giocatore in erba. Perché l'importante è sì partecipare, ma nulla vieta di sognare, tanto meno a papà e mamma, un futuro da campioni per il proprio bambino, circondato dalla fama e magari pure da qualche soldo. Per questo ogni occasione persa è persa, nonostante in ballo ci sia la salute. Che si può addirittura monetizzare.
Difficile, però, discutere della necessità di avere un defibrillatore a disposizione in ogni impianto sportivo, come fatto sulla scia della morte in campo lo scorso aprile del calciatore del Livorno, Piermario Morosini, se si fatica ad accettare la prescrizione di accertamenti, pur eseguiti nell'arco di alcuni mesi. Fatto sta che per i due genitori i medici ci hanno messo troppo. «Ci sono degli esami specifici da fare, a riposo e sotto sforzo, che tutti, tanto più i giovani, devono superare senza alcuna esitazione - spiegano dall'azienda sanitaria, che attraverso la compagnia di assicurazione Lloyd's ha nominato come rappresentante l'avvocato Federico Vianelli -. Se non si è precisi a volte le conseguenze potrebbero essere anche molto gravi». Ora parola al giudice. Anzi, all'arbitro.