Terremoto nel Pdl: «Fini incompatibile
col partito, lasci la presidenza Camera»Fini: non mi dimetto. Deferiti Granata, Bocchino, Briguglio
Finiani si dimettono dal gruppo alla Camera. Il premier:
il governo non è a rischio. Pd: è crisi, premier venga in Aula
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ROMA (29 luglio) - La resa dei conti nel Pdl ha avuto il momento clou nel vertice di stasera a Palazzo Grazioli. L'ufficio di presidenza del Pdl ha infatti votato il documento in cui sono contenute accuse sull'atteggiamento tenuto dal presidente della Camera, Gianfranco FIni, e il deferimento ai probiviri di tre deputati: Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata. A votare contro il documento sono stati Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viepsoli, i tre componenti dell'ufficio di presidenza vicini a Fini. Nel documento si dice che «viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera».
«I coordinatori hanno svolto una relazione - ha detto il premier - e hanno deciso di deferire ai probiviri gli onorevoli Briguglio, Granata e Bocchino, con la condivisione dell'ufficio di presidenza».
I deputati finiani hanno firmato una lettera di dimissioni dal gruppo parlamentare del Pdl della Camera. Queste lettere sono ora nelle mani del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che, spiegano alcuni dei firmatari, le userà domani «a seconda di quello che accadrà». Per quanto riguarda la possibilità di formare un gruppo di finiani a Palazzo Madama, sarebbero pronti ad entrare nelle "file" di Fini anche i senatori Adriana Poli Bortone e Giovanni Pistorio. Alla Camera invece nessun problema: il gruppo sarebbe formato da «almeno 34 persone». L'orientamento prevalente dei finiani, riuniti dal presidente della Camera per valutare il documento del Pdl, è la costituzione di gruppi autonomi.
Fini: non mi dimetto. «La presidenza della Camera non è nella disponibilità del presidente del Consiglio, io non mi dimetto»: così Gianfranco Fini, parlando con i suoi, ha commentato le pressioni che vengono dal Pdl e dal premier per sue dimissioni. Ai cronisti che lo incalzavano, però, Fini non ha rilasciato dichiarazioni, neanche quando ha lasciato Montecitorio. Il presidente della Camera terrà venerdì una conferenza stampa in un orario da definirsi.
«Questa è una crisi. Berlusconi venga in Parlamento» ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
Berlusconi: nessun rischio per il governo. «Riteniamo che non ci sia nessun rischio per il governo. Abbiamo la maggioranza nel paese e il presidente del Consiglio gode di un consenso di oltre il 63%» ha detto il premier rispondendo a chi gli chiedeva che l'eventuale nascita di gruppi finiani metta a rischio la tenuta del governo. «C'è stata un'altalena di numeri, ma non si poteva più restare in questa situazione» dice Berlusconi rispondendo ai giornalisti che gli chiedono indicazioni sul numero dei parlamentari finiani.
«Litigi erano un prezzo troppo alto». «Abbiamo tutti ritenuto che il Pdl non potesse pagare il prezzo troppo alto di mostrarsi un partito diviso - ha detto il premier - I tifosi si distaccano da una squadra se la vedono litigiosa, tanto più se i litigi avvengono in campo aperto.Trentatré su trentasei membri dell'ufficio di presidenza hanno ritenuto che non si potesse più continuare in questa situazione».
«Ministri finiani? Nessun problema a collaborare con ministri validi». «Questa decisione sarà assunta nella sede del governo ma per quanto mi riguarda non ho nessuna difficoltà a continuare una collaborazione con validi ministri» dice Berlusconi, a chi gli chiede se dopo la rottura con Fini dovranno lasciare l'esecutivo i componenti vicini al presidente della Camera.
Nella bozza del documento si legge che l'Ufficio di presidenza del Pdl, a fronte dei «comportamenti incompatibili» di Fini con i principi ispiratori del Pdl, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della libertà…» sostiene che «di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni».
«Il presidente del Consiglio non dispone della presidenza della Camera - dice Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd - come fosse una sua proprietà. Un'altra volta si tratta di rispettare la Costituzione: noi non abbiamo votato Fini ma dal momento in cui è stato eletto è il presidente di tutta la Camera, anche dell'opposizione».
«L'atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito - si legge nel documento del Pdl - e nei confronti del governo che nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra».
Fuori chi da dentro gioca al massacro. «La condivisione di principi comuni - prosegue il documento - e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della libertà. Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità».
Fini super partes solo quando ha negato l'appoggio ai candidati Pdl. «Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi - recita il documento approvato - testimoniano meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del Pdl, quelle dell'on. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall'on. Fini: un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato" nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl».
«Sta arrivando una perturbazione...» aveva detto in giornata il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa.
«Gli elettori del Pdl, e non solo loro, sono in assoluta sintonia con Silvio Berlusconi. Il tempo per ricomporre le questioni interne è ormai scaduto», ha aggiunto Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, confermando che ormai il divorzio sembra sempre più inevitabile.
Fini: fedeli al governo anche se ci sarà lo strappo. Lealtà e fedeltà al governo, anche se ci dovessere essere strappi all'interno del Pdl: era stata questa, prima ancora che si conoscesse l'esito del vertice Pdl, la posizione di Gianfranco Fini, raccontata da chi lo aveva incontrato in queste ore. Nessun cambio di linea, avrebbe detto il presidente della Camera ai parlamentari a lui vicini, sottolineando che mai verrà tradito il programma presentato agli elettori. Per Fini se dovesse scattare la "censura politica" nei confronti di alcuni finiani e nascesse un eventuale gruppo parlamentare autonomo questa nuova formazione non farebbe mai venir meno il suo leale sostegno all'esecutivo.
«La separazione - dice Osvaldo Napoli, vice presidente del Pdl alla Camera e fedelissimo di Berlusconi - è la soluzione alta e nobile, la via d'uscita lineare e limpida che consente a tutti una nuova ripartenza, lasciandoci alle spalle un anno di paralisi politica e un fiume di equivoci e malintesi. Sono convinto che sarebbe apprezzata dagli elettori, disgustati dal temuto teatrino della politica che rischia altrimenti di impadronirsi del Pdl».
Ieri il presidente Fini aveva lanciato a Berlusconi un inaspettato ramoscello d'ulivo, auspicando di poter confermare insieme al Cavaliere l'impegno con gli elettori, senza inutili «mattanze. Qui sto e qui resto», ha detto l'ex leader di An, parlando del Pdl.
Ma Berlusconi ormai è pronto al divorzio. Dal vertice del Pdl convocato ieri nella tarda serata dal premier e terminato a notte fonda era già arrivata la conferma della volontà del Cavaliere di tirare dritto, ritenendo tardivo, fuori tempo massimo, il riposizionamento del cofondatore. Da qui il documento di censura che sarà discusso stasera alle 19 nel corso di una riunione dell'ufficio politico. Fra le ipotesi quella dell'espulsione dei finiani Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata.
Un codice etico per il Pdl. Nell'intervista al Foglio di oggi in cui Fini ha teso la mano al premier, c'è anche una parte in cui il presidente della Camera rilancia il tema della questione morale. «Penso che dovremmo discutere seriamente un codice etico - ha spiegato Fini - riflettere su quanto detto dal presidente della Corte dei conti, del disegno di legge contro la corruzione, e penso che tutto ciò sia nell'interesse comune di un'impresa comune, quindi anche nell'interesse di Berlusconi».
Stamani un nutrito drappello di deputati finiani si è incontrato con il vice capogruppo Italo Bocchino. Poi il presidente della Camera ha riunito nel suo ufficio alcuni fedelissimi come lo stesso Bocchino e Silvano Moffa. «Il clima è di sconcerto - ha detto Angela Napoli al termine della riunione - perché è incredibile che si pensi ad espellere persone come Granata, Briguglio, lo stesso Bocchino, se non addirittura Fini. Staremo a vedere quello che deciderà l'ufficio di presidenza. Comunque, i numeri della minoranza interna son ben superiori a quello che pensa Silvio Berlusconi», ha concluso.
Alla Camera gruppo autonomo con 30 deputati. Nel caso in cui l'ufficio di presidenza dovesse procedere all'espulsione di alcuni deputati vicini a Fini, la componente finiana ha già pronta la soluzione: costituire gruppi autonomi alla Camera e al Senato. A Montecitorio sarebbero una trentina i deputati pronti a rimanere con Fini anche in caso di rottura definitiva. La macchina organizzativa dei finiani è già in azione anche a palazzo Madama. «Per la cronaca, i finiani al Senato, almeno sulla carta, sono 14. Ma non tutti evidentemente sono pronti a lasciare il partito», ha detto il senatore Andrea Augello, sottosegretario alla Funzione pubblica. «È evidente che né‚ io né‚ Fini abbiamo in programma di lasciare il partito. Stiamo a vedere che cosa decide stasera il vertice del Pdl. Domani è il giorno giusto per commentare».
«Io continuo a sperare che nelle prossime ore avvenga il miracolo. La situazione è molto critica, mi auguro che in queste ore che ci dividono dall'ufficio di presidenza avvenga qualcosa in grado di sbloccare la situazione» aveva detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
«Noi siamo pronti a tutto, ma la palla sta nel senso di responsabilità del governo». Pier Luigi Bersani ribadisce la sua opinione sulla situazione nel Pdl e sul futuro del governo: «C'è una prova di forza, mi auguro che la maggioranza voglia ragionare su una fase nuova», spiega il segretario del Pd ai cronisti in Transatlantico. A chi gli ha chiesto dell'ipotesi di elezioni anticipate, Bersani ha risposto: «Non è un cosa nelle nostre disponibilità o nelle nostre intenzioni, la maggioranza è di fronte a un percorso nuovo, cosa fanno: galleggiano? Fanno uno strappo?». Su un Pd che vota con "finiani", Bersani dice: «Se si parla di ristabilire la democrazia, di legalità, di temi fondanti, non abbiamo pregiudiziali».
«Si arrangeranno loro. Io c'ho già le beghe mie»: ha risposto Umberto Bossi, a chi gli chiedeva un pronostico sull'evolversi della situazione all'interno del Pdl.
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commento inviato il 31-07-2010 alle 19:24 da Fib | | | |
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commento inviato il 31-07-2010 alle 12:28 da silvio | | | |
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commento inviato il 31-07-2010 alle 09:31 da simone fn | | | |
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commento inviato il 31-07-2010 alle 07:32 da isi | | | | |
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commento inviato il 30-07-2010 alle 19:59 da francesco | | |
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