Padova. Trasfusione sbagliata, lo Stato
non risarcisce: «Allora ruberò e rapinerò»

Franco Zaninello (CandidCamera)

di Federica Cappellato

PADOVA (9 giugno) - «Dichiaro di compiere furti e rapine in quanto danneggiato dallo Stato italiano con una trasfusione infetta da epatite C, a causa della quale ho perso il lavoro e sono rimasto invalido al 66 per cento».



È l'annuncio-choc fatto da Franco Zaninello, 63 anni, disoccupato e già scritto in un atto di notorietà depositato in Comune a Padova.



Era il primo marzo 1973 quando una grave infezione del fegato contratta all'ospedale civile divenne sua fedele compagna di vita. Sposato da due mesi, un'ulcera duodenale lo costrinse ad andare sotto i ferri. In sala operatoria venne trasfuso con sangue malato. Quelli erano gli anni dell'incertezza, dei controlli fallaci, delle sacche di dubbia provenienza, come le carceri dell'Arkansas, le bidonvilles sudamericane, i sobborghi romeni, i villaggi africani; allora non c'erano la serietà e la meticolosità di vigilanza attuali. Zaninello rimase ricoverato diciotto mesi. Uscì dal polo di via Giustiniani con un pesantissimo fardello. Chiese caparbiamente al professor Remo Naccarato, che lo aveva in cura, di raccontargli la verità.



«Avevo 28 anni, il cattedratico mi disse: se la sua malattia non si stabilizza non arriverà ai 40. Oggi mi sento fortunato ma da trentasei anni a questa parte ho smesso di pianificare il futuro, vivo giorno per giorno, navigo a vista. E se vado in banca a chiedere un prestito mi viene negato. Per via della malattia». Faceva l'arredatore, il progettista d'interni: nel 2003 una terapia con interferone gli causò impensati effetti collaterali: diventò ipertiroideo, perse venti chili e pure il lavoro. Da allora il mondo produttivo gli ha chiuso la porta in faccia. Oggi vive al Sacro Cuore in un appartamento in affitto a 450 euro insieme alla moglie che percepisce la pensione minima. Una figlia è suora di clausura nelle Clarisse, un'altra sta per sposarsi. Al momento di chiedere a palazzo Moroni un aiuto per sostenere le spese di locazione, gli è venuta l'idea di vergare, davanti ad un funzionario pubblico, quell'atto di notorietà e di consegnarlo ufficialmente alla Casa dei padovani.



E non è tutto: Zaninello ieri mattina si è presentato al centro trasfusionale dell'Azienda ospedaliera, ha chiesto tre sacche, quelle che si utilizzano per il sangue, ma vuote. «Le riempirò con china rossa per manifestare davanti a Montecitorio», promette. La prossima settimana partiranno in trecento dal Veneto: emofilici, talassemici, malati di epatite e Aids. Protesteranno dinanzi alla Camera dei Deputati, chiederanno il giusto risarcimento per le loro irraccontabili sofferenze. Alcuni, nell'attesa, si sono tolti la vita, altri sono rimasti paralizzati, ci sono famiglie che hanno perso due figli contemporaneamente.



«Dal 1992 ricevo un indennizzo ma da allora è aumentato dell'1,6% contro l'adeguamento Istat del 57,9. Fino al 2009 erano 550 euro poi ho fatto causa e l'ho vinta: oggi percepisco 708 euro mensili, una soddisfazione anche se la cifra è aggiornata del 30,7%». Ma il grosso del risarcimento (tra i 250 e i 400 mila euro) Zaninello lo aspetta ancora. «Lo Stato in modo retroattivo ha deciso che le cause di risarcimento intentate dopo cinque anni da quando è stato evidenziato il nesso causale tra trasfusione e infezione sono cadute in prescrizione». Tra le seimila a livello italiano c'è anche la sua: decise di rivalersi dopo sei anni. «Ma il virus non va in prescrizione», ricorda amaramente. Un mese fa l'incontro, a Roma, con il ministro della salute Ferruccio Fazio e il sottosegretario Francesco Martini che si è impegnata affinchè la prescrizione non sia motivo di annullamento delle domande. Domani si troveranno di nuovo, sempre nella capitale. «Dobbiamo reagire anche per i tanti, tantissimi, che non hanno più voce: quanti amici ho perso per strada...».
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Mercoledì 9 Giugno 2010, 09:23






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